Quella voce. La Sua. La S rigorosamente maiuscola quando si parla di Riccardo Cucchi, voce storica di Tutto il calcio minuto per minuto. 38 anni da raccontare tutti d’un fiato, tra partite, emozioni, ricordi e aneddoti. Da Campobasso-Fiorentina a Inter-Empoli. La stima e l’affetto di colleghi e tifosi il giorno in cui ha detto stop. “Questa volta posso dirlo, è davvero tutto”. Il microfono si spegne e non si accenderà più. Perché: “Adesso è giusto lasciare il posto ai giovani”.

Quei giovani che hanno avuto la fortuna di sentire le sue ultime radiocronache. Noi, giovani. Che abbiamo imparato da lui anche solo ascoltandolo per 90’, che ci siamo emozionati nel sentire la sua voce in radio nonostante internet e il digitale. Ha unito tre generazioni Cucchi, spesso presente nei ricordi d’infanzia di ognuno di noi. Perché quando la nonna preparava il pranzo della domenica c’era la sua voce in sottofondo, perché quando la domenica si faceva una gita fuori porta in macchina si ascoltava solo Tutto il calcio minuto per minuto con Riccardo Cucchi. “Probabilmente questa sarà la mia ultima intervista che faccio” ha raccontato a Giovaninrete: perché ha deciso di chiudere il sipario, non ama vivere sotto i riflettori. E allora, entriamo – per l’ultima volta – nel mondo di Riccardo Cucchi.

Come ha iniziato il lavoro di radiocronista?
“E’ nato tutto nella stanza di un bambino di otto anni che accendeva la radio alle 15.30 (perché allora trasmettevano solo i secondi tempi) e ascoltava le radiocronache di Ameri e Ciotti. Prendevo il mio album di figurine Panini e con i nomi dei giocatori davanti facevo la mia radiocronaca inventata, registrandola con un microfono e un registratore a nastro. Poi ho studiato tanto, finché nel 1979 arriva la mia grande occasione: supero l’esame ed entro in Rai. Prima destinazione: Campobasso, allora in serie B”.

La prima vera radiocronaca?
“Campobasso-Fiorentina di Coppa Italia, Luzzi si ammalò e feci la partita io. Era il 23 agosto, e a sorpresa il Campobasso vinse 1-0 contro la Fiorentina di Passarella e Antognoni. Avevo una gran paura, mi tremavano le gambe. Ma sono stati fondamentali i consigli dei miei maestri e alcune terminologie che avevo acquisito ascoltando radiocronache fin da piccolo”.

Ha sempre voluto fare questo lavoro?
“Sempre. Mi sono detto, e dico ancora, che l’importante è avere un sogno, coltivarlo e fare di tutto per raggiungerlo. Certo, ci vuole anche fortuna, ma la costanza alla fine paga”.

E’ stato difficile nascondere la sua fede laziale?
“Sinceramente no. Mi innamorai della Lazio quando andai la prima volta allo stadio, avevo 9/10 anni. Mi portò mio padre, tifoso del Torino. Era un Lazio-Vicenza e all’Olimpico c’erano ottantamila persone: fu un’emozione grandissima. Ma ho avuto sempre rispetto per tutte le altre squadra, in questo lavoro è fondamentale l’imparzialità. Sono stato felicissimo di aver raccontato lo scudetto della Roma, anche perché… ho una moglie romanista. A casa mia è un derby continuo: io e uno dei miei due figli siamo laziali, mia moglie e l’altro figlio romanisti.

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Riccardo Cucchi e la moglie Ombretta

La partita che si porterà sempre nel cuore?
La finale di Berlino nel 2006. Sono stato il terzo radiocronista dopo Carosio e Ameri a poter dire ‘Campioni del Mondo’. Brividi… Ho pensato tanto prima di quella partita, per molte ore ho camminato e riflettuto. Come se avessi dovuto scendere in campo anch’io. Pensavo che avrei dovuto prepararmi qualcosa se l’Italia avesse vinto il Mondiale, ma non ho voluto scrivermi nulla e mi sono lasciato trasportare dall’emozione. Non per scaramanzia, ma perché volevo essere il più spontaneo possibile. Ad esempio, non è nei miei schemi urlare dopo un gol, ma sul rigore di Grosso mi sono sentito di farlo. Sinceramente non pensavo vincesse l’Italia, ma non lo pensava nessuno dopo una stagione così difficile per il nostro calcio. La notte prima ho dormito malissimo, quella del trionfo non sono andato a letto. Ho passeggiato tutta la notte per Berlino, in attesa del primo collegamento”.

La cosa più strana che le è successa?
“Chelsea-Lazio di Champions: mancavano pochi minuti alla diretta e non riuscivo a mettermi in contatto con lo studio. Ero da solo e con pochi strumenti, non avevo avuto nemmeno il tempo di vedere le formazioni. Alla fine per fortuna andò tutto bene, ma che paura. Altro aneddoto: Istanbul, città con il doppio del traffico rispetto alle grandi città italiane. Dovevo arrivare allo stadio ma l’autista si era bloccato nel traffico: io guardavo l’ora e mi preoccupavo, lui impassibile. Avevo paura di non arrivare, allora mi disse: ‘C’è un tempo per ogni cosa’. Quella frase è diventato un motto nella mia vita, soprattutto in questi giorni. E alla fine arrivai in tempo allo stadio. Quella è sempre stata la mia più grande paura, spesso mi svegliavo di notte con il terrore di entrare a partita iniziata”.

Cosa deve fare un radiocronista per trasmettere le emozioni agli ascoltatori?
“Prima di tutto emozionarsi. Solo così si può trasmettere l’emozione anche a chi è dall’altra parte. Io ero sempre emozionato quando entravo allo stadio, ogni volta come fosse la prima. Fino a domenica scorsa. Ameri un giorno mi disse che un radiocronista che entra allo stadio e non si emoziona, deve pensare se è il caso che smetta. Poi bisogna andare molto presto, spesso io ero uno dei primi ad entrare allo stadio: dovevo entrare in sintonia con tutto l’ambiente e volevo esserci se succedeva qualcosa da raccontare”.

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Riccardo Cucchi con Alfredo Provenzali, altra storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto

Qual è il messaggio più bello che ha ricevuto domenica?
“Ancora non sono riuscito a leggere tutti quelli sui social, sono davvero tantissimi. Ma mi sono promesso che risponderò a tutti, uno per uno. Sono messaggi straordinari. Mi colpisce l’enorme fascia d’età: dai ragazzi di 20 anni a quelli della mia generazione. Molti collegano il mio lavoro ai loro ricordi. E questo mi emoziona, perché, come diceva Cannavò, Tutto il calcio minuto per minuto è la colonna sonora della nostra vita. Mi ha colpito il fatto che nonostante io abbia ormai svelato la mia fede laziale, i tifosi delle altre squadre non mi abbiano rimproverato per questo. E’ molto difficile, ma mi piace pensare che possa essere sempre così: che nel mondo del calcio ci sia solo rispetto e sfottò. Senza andare oltre”.

Cosa ha provato dopo la sua ultima radiocronaca?
“Non volevo che trapelasse la notizia prima di domenica. Avevo pensato di dire solo una breve cosa alla fine, quasi a sorpresa. Invece qualcuno ha messo in giro la notizia e il sito della Gazzetta l’ha pubblicata. Da mistero, è diventata una grande testimonianza d’affetto. E’ stata la prima volta in 38 anni che sono sceso sul campo del Meazza. Mi ero promesso di raccontare la gara come fosse una radiocronaca qualsiasi, ma quando ho visto quello striscione dei tifosi dell’Inter ho rischiato di cedere e di commuovermi. Ho agitato le braccia per ringraziare la curva che ha risposto con un grande applauso. Non avrei mai immaginato una cosa del genere. Posso dire che, seppur solo per due giorni, sono riuscito a unificare il tifo”.

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Lo striscione dei tifosi dell’Inter domenica a San Siro: ‘A te il nostro applauso per averci emozionato per davvero, in un mondo finto. Riccardo Cucchi simbolo del nostro calcio’

Dove ha conservato le maglie che le hanno consegnato l’Inter e l’Empoli?
“Sono già appese nel mio studio a casa, dove tengo tutti i ricordi che ho raccolto durante la carriera. In realtà non sono moltissimi, perché non vorrei si trasformino in nostalgia. Non sono mai andato a caccia di maglie, ad esempio”.

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Riccardo Cucchi e la numero 10 dell’Inter. Il numero dei fuoriclasse

 

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Qui con la 38 dell’Empoli, il numero rappresenta i suoi anni di carriera

 

Qual è il ricordo più bello che le rimarrà per sempre?
“Difficile fare una gerarchia. Nel 1990 intervistai faccia a faccia Maradona prima dei Mondiali. Io, lui e un caffè. Mi dedicò mezz’ora e si comportò come se fossimo amici da sempre. Ma l’emozione che ho provato domenica credo che vada oltre a tutto. E’ un qualcosa che veramente mi rimarrà per sempre”.

Quando è nata l’idea di smettere?
Dovevo farlo già da un po’, avevo accumulato molti mesi di ferie. Ma con le manifestazioni estive non si ha mai il tempo di riposarsi. Per molti anni ho seguito anche la stagione estiva dell’atletica, quindi finivo a maggio con il calcio e ricominciavo subito con l’atletica. Non avevo il tempo di fare le ferie. Sarei dovuto andare via a giugno ma mi hanno chiesto di rimanere per gli Europei e le Olimpiadi. Ora non farò tutte le ferie arretrare che avevo, ma è giusto così”.

Ora come passerà le sue domeniche?
“Innanzitutto seguirò Tutto il calcio minuto per minuto da ascoltatore dopo tanti anni e finalmente farò un pranzo con mia moglie. Poi ho tanti altri interessi: mi piace molto scrivere, ho piccoli progetti che proverò a portare avanti, andrò a sentire qualche opera perché amo la musica lirica e riprenderò in mano il mio violino. E dopo molto tempo potrò tornare in uno stadio da spettatore senza sentire la mia voce”.

Francesco Guerrieri (@francGuerrieri)

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